Rolling Stones AFTERMATH LP decca LK-I 4786 1967 IT 1st press MONO after-math
    65
  $   76

 


€ 65 Sold For
Jan 3, 2022 Sold Date
Aug 12, 2013 Start Date
1 Number Of Bids
  Italy Country Of Seller
eBay Sold at
 
save auction  

Description

PREMESSA: LA SUPERIORITA' DELLA MUSICA SU VINILE E' ANCOR OGGI SANCITA, NOTORIA ED EVIDENTE. NON TANTO DA UN PUNTO DI VISTA DI RESA, QUALITA' E PULIZIA DEL SUONO, TANTOMENO DA QUELLO DEL RIMPIANTO RETROSPETTIVO E NOSTALGICO , MA SOPRATTUTTO DA QUELLO PIU' PALPABILE ED INOPPUGNABILE DELL' ESSENZA, DELL' ANIMA E DELLA SUBLIMAZIONE CREATIVA. IL DISCO IN VINILE HA PULSAZIONE ARTISTICA, PASSIONE ARMONICA E SPLENDORE GRAFICO , E' PIACEVOLE DA OSSERVARE E DA TENERE IN MANO, RISPLENDE, PROFUMA E VIBRA DI VITA, DI EMOZIONE E  DI SENSIBILITA'. E' TUTTO QUELLO CHE NON E' E NON POTRA' MAI ESSERE IL CD, CHE AL CONTRARIO E' SOLO UN OGGETTO MERAMENTE COMMERCIALE, POVERO, ARIDO, CINICO, STERILE ED ORWELLIANO,  UNA DEGENERAZIONE INDUSTRIALE SCHIZOFRENICA E NECROFILA, LA DESOLANTE SOLUZIONE FINALE DELL' AVIDITA' DEL MERCATO E DELL' ARROGANZA DEI DISCOGRAFICI .

THE ROLLING STONES
after-math

Disco LP 33 giri , DECCA  , LK - I 4786 ,  1967 , italy , MONO , first pressing / prima stampa

CONDIZIONI MOLTO BUONE, vinyl g+ with some light surface marks and wears / vari segni e rigature appena superficiali , cover vg+




Aftermath è un album dei Rolling Stones, pubblicato in Inghilterra il 15 aprile 1966 e negli Stati Uniti il 2 luglio 1966, e fu il primo con tutte le canzoni composte dalla coppia Jagger/Richards.

In questo album sono molte le sperimentazioni musicali del gruppo, in particolare di Brian Jones, che ispirato da George Harrison in Rubber Soul, utilizza il sitar in Mother's Little Helper e Paint It Black ed il dulcimer in Lady Jane e I Am Waiting. Per contro, Keith Richards si concentra sul lavoro delle chitarre. Successivamente venne rivelato che lo stesso Jones, frustrato per la leadership di Jagger e Richards prima dell'incisione di questo album, introdusse l'uso di questi strumenti esotici a riprova proprio della sua frustrazione artistica. Il suo contributo alla band dopo Aftermath, iniziò comunque ad essere sempre minore, fino alla sua forzata espulsione dal gruppo nel giugno del 1969.

L'album ebbe un buon successo, sia in Inghilterra, piazzandosi alla prima posizione della classifica per otto settimane, sia in America, dove il disco balzò al secondo posto delle classifiche, diventando successivamente disco di platino. Nel 2002 l'edizione americana dell'album venne indicata alla posizione numero 108 della lista dei 500 migliori album secondo Rolling Stone.

Benché la consistenza dei testi venne considerata vacillante in alcune parti dell'album, Aftermath fu importante perché mise la coppia Jagger/Richards allo stesso livello di compositori come Lennon/McCartney e Bob Dylan, e ridefinì i Rolling Stones come band votata al rhythm & blues ed anche artisticamente inventiva.

Aftermath is the fourth UK and sixth US studio album by The Rolling Stones and was released in 1966. The album proved to be a major artistic breakthrough for The Rolling Stones in that it was the first full-length release by the band to exclusively feature Mick Jagger/Keith Richards compositions. Aftermath was also the first Rolling Stones album to be recorded entirely in the United States, where it was recorded at the legendary RCA Studios in Hollywood, California at 6363 Sunset Boulevard, and was also the first album the band released in stereo.

The album is also notable for its musical experimentation, with Brian Jones playing a variety of instruments which feature prominently in each track, including the sitar on "Paint It, Black", and the appalachian dulcimer on "Lady Jane" and "I Am Waiting", the marimbas on "Under My Thumb", harmonica on "High And Dry" and "Goin' Home" as well as guitar and keyboards. To this day the Aftermath album remains a big fan favorite from the Brian Jones era.

Once again, two editions of the album were released. The first release of Aftermath appeared in April of 1966 as a fourteen-track long-player, and is considered by many to be the definitive version. Issued between the non-LP single releases of "19th Nervous Breakdown" and "Paint It, Black", Aftermath proved a big smash spending eight weeks atop the UK charts.

In the US however fourteen tracks were considered too many. With a substituted cover art, the American edition of Aftermath, released that June, features a subtly re-shuffled running order that eliminates "Out Of Time", "Take It Or Leave It" and "What To Do" (all later released in the US), while replacing "Mother's Little Helper" with current #1 hit "Paint It, Black". Despite compromising producer Andrew Loog Oldham's and The Rolling Stones' intentions for the album, the revamped Aftermath shot to #2 in the US, eventually going platinum. In 2002, the US edition of Aftermath was ranked number 108 on the List of Rolling Stone's 500 Greatest Albums of All Time.

Aftermath was important in establishing Jagger and Richards as respected songwriters in the same vein as Lennon-McCartney and Bob Dylan and also redefined The Rolling Stones from being R&B enthusiasts to a progressive and artistically-inventive group.



Aftermath, special edition Italy

This italian Aftermath is the 1967 original mono pressing (Decca Italy pressed only mono records up to 1969), record and cover fully made in Italy, the back cover is translated into italian language.
The red italian mono label shows the usual UK catalogue number plus an -I that's Italy decca code.
The record is collectible expecially for the strip on top the left corner ("In this lp the famous goin' home of 11'35")
The stripe was removed from the covers of the italian re-issues.

1967, Decca records Italy, LK - 1 4786






Tracks


  1. "Mother's Little Helper" – 2:40
  2. "Stupid Girl" – 2:52
  3. "Lady Jane" – 3:06
  4. "Under My Thumb" – 3:20
  5. "Doncha Bother Me" – 2:35
  6. "Goin' Home" – 11:35
  7. "Flight 505" – 3:25
  8. "High and Dry" – 3:06
  9. "Out of Time" – 5:15
  10. "It's Not Easy" – 2:52
  11. "I Am Waiting" – 3:10
  12. "Take It or Leave It" – 2:47
  13. "Think" – 3:10
  14. "What to Do" – 2:30



Etichetta:  DECCA
Catalogo: LK - I 4786
Matrici:  3W A XARL 7209 4 B / 3W A XARL 7210 3 A
Laminated / copertina laminata, unboxed red label / etichetta rossa senza contorno rettangolare, white paper inner sleeve
  • Supporto:vinile 33 giri
  • Tipo audio: mono
  • Dimensioni: 30 cm.
  • Facciate: 2



Personnel

  • Mick Jagger - Vocals, percussion, lighting, harmonica
  • Keith Richards - Guitar, vocals
  • Brian Jones - Guitars, marimba, bells, dulcimer, sitar, harpsichord, harmonica
  • Charlie Watts - Drums, percussion, marimba, bells
  • Bill Wyman - Bass, marimba, bells, piano, organ, harpsichord
  • Ian Stewart - Piano, organ, harpsichord
  • Jack Nitzsche - Percussion, piano, organ, harpsichord

Charts

Album

Year Chart Position 1966 UK Albums Chart 1 1966 Billboard Pop Albums 2

Singles

Year Single Chart Position 1966 "Paint It, Black" UK Top 50 Singles 1 1966 "Paint It, Black" The Billboard Hot 100 1 1966 Mother's Little Helper The Billboard Hot 100 8 1966 Lady Jane The Billboard Hot 100 24

"Aftermath" è il primo album degli Stones a contenere esclusivamente brani scritti dalla coppia Jagger/Richards, il punto d'arrivo di un lento percorso che li aveva visti partire dalla reinterpetazione di classici della musica afroamericana (blues e il più recente r&b) per approdare alla maturità di un songwriting personale e incredibilmente influente.
Il passato del gruppo e i primi anni Sessanta, con l'esclusività del 45 giri, sembravano lontani mille miglia: i Beatles (controparte di una storica quanto mendace contrapposizione con gli Stones) avevano dimostrato pochi mesi prima (il 3 dicembre del 1965 per la precisione, con la pubblicazione di "Rubber Soul") come si potesse focalizzare l'attenzione sull'intero album invece che su isolati (per quanto numerosi) hit da classifica, e da qui in poi, nell'arco di soli cinque anni, il rock, sdoganato da ogni vincolo creativo, avrebbe sperimentato infinite metamorfosi di fertile e indisciplinata libertà, a cui Jagger e soci avrebbero partecipato attivamente marchiandone a fuoco il percorso. Ma "Aftermath" è solo agli inizi di tutto ciò, ed è incredibile con quanta preveggenza ne anticipi numerosi percorsi futuri.

Pubblicato nel settembre del 1966, quando ormai la loro fama li precedeva grazie a pezzi indimenticabili come la (multi)generazionale "(I Can't Get No) Satisfaction" e "Get Off Of My Cloud", l'album infila una serie di pezzi che rappresentano tanto il meglio quanto il peggio dei Sixties, alternando momenti in grado di non invecchiare di un solo giorno a distanza di anni ad altri in cui il peso dell'età si fa sentire, accentuando per questo il valore paradigmatico del lavoro.
Il blues più sporco, fetido e misogino si alterna al country rurale tinto di venature folk, Robert Johnson incontra insomma Hank Williams e il consolidato astro dylaniano per dar vita a uno dei più grandi esempi di blues bianco che la storia ricordi, il tutto condito dalla nota esistenza sregolata dei nostri, divisa tra alcol, droghe e sesso (quale miscela fu mai tanto classica e imitata nel rock?), a cui i media davano forte risalto (un esempio su tutti, il noto e infelice flirt di Mick Jagger con Marianne Faithfull), imbastendo quella spettacolarizzazione cui il rock mai più si sarebbe sottratto (e che, ahimè, dalla seconda metà degli anni Settanta, avrebbe inghiottito la creatività musicale del gruppo stesso).
"Paint It Black" è il manifesto programmatico della poetica degli Stones: il cuore di tenebra è non solo necessaria condizione umana da accettare passivamente, ma è attiva scelta della volontà (di potenza?), libera presa di posizione contro il perbenismo borghese degli adulti (in questo senso verace incarnazione della primordiale ribellione di Elvis); riecheggiano ancora negli studi ordinati degli imbellettati schiavi del potere le minacciose parole: "I see a red door and I want it painted black/ No colors anymore I want them to turn black…", e anche se la paura fa capolino ("It's not easy facin' up when your whole world is black"), l'impressione è quella di una lussuriosa e goduriosa appartenenza al demonio (una "Simpatia per il Diavolo").

"Stupid Girl" rappresenta il gentil sesso come icona senz'anima dedita alla cura del proprio corpo, stupida perché concentrata sulle cose futili della vita; anche se il femminismo griderebbe (a ragione) allo scandalo per il suo non tanto latente machismo, qui ritroviamo il piacere voyeuristico tutto maschile di fronte all'universo femminile, l'irresistibile bisogno dell'uomo di confrontarsi con l'altro mondo, a volte in termini tutti misogini e androcentrici, altre volte come sottomissione romantica e cavalleresca (la millenaria dicotomia donna putt*na/donna angelo). La musica riecheggia un r&b dal sapore fifties e terribilmente sporcato dalla base funky di Bill Wyman (basso) e Charlie Watts (batteria).

"Lady Jane", per quanto dolce elegia dal sapore medievaleggiante, contiene in sé le successive denegerazioni "silvane" della musica rock, risultando oggi piuttosto stantia e opacizzata dal tempo (con un po' di azzardo la potremmo considerare come il prodromo della potente "The Rain Song" zeppeliniana, la quale viene salvata dalle accentuazioni prog del periodo). Indubbiamente ammaliante l'ambiguità circa l'identità di colei a cui è indirizzato il brano (donna o marijuana?).

Uno degli apici del disco (ce ne fosse bisogno) è sicuramente "Under My Thumb", base jazz-funk con aggiunta di vibrafono (il polistrumentista Brian Jones, destinato com'è noto a tragica fine), cantato trasportato degno del miglior crooning blues e soul, chitarra spezzata e composta, testi sprezzanti e ancora attraversati da una forte misoginia, un pezzo che davvero si impregna di quella innocenza incosciente e dannatamente fiduciosa dei Sixties. Impossibile non muoversi ogni volta che riattacca la strofa (con il secondo verso a variare): "Under my thumb/ The Girl who once had me down/ Under my thumb/ The girl who once pushed me around/ It's down to me..". E al diavolo il rispetto del decoro e delle convenzioni, della buona lingua e del formalismo.

"Doncha Bother Me", "Think" e "Flight 505" sono tre classici nel loro riprendere gli stilemi dei generi: il blues rurale il primo, il blues-rock il secondo (assemblato in una miscela che sarebbe stata il marchio di fabbrica del gruppo: la batteria solida e slanciata di Watts, la chitarra ruggente e sinuosa di Keith Richards, il cantato black lussurioso di Mick Jagger, il basso cavernoso di Wyman), il jazz fumoso declinato in chiave beat il terzo. Il volo 505 si inabissa nel mare trascinando con sé anche il protagonista, che sognante planava verso ignote terre in cerca di un irraggiunto riscatto esistenziale; un brano che sembra contenere i timori e i fallimenti di un'intera generazione, la caduta degli dei a cui si erano immolati (letteralmente in molti casi, visto il frequente uso incosciente di droghe pesanti) migliaia di ragazzi rapiti da un impeto ribelle e rivoluzionario tanto utopico quanto tragico.

"High And Dry" è un perfetto stomp di passaggio, che traghetta verso la morbida psichedelia acustica di "I Am Waiting", un dolce affresco ancora una volta paradigmatico di una generazione in attesa della nuova età dell'oro in cui libertà e uguaglianza avrebbero regnato nella pace. Ma è il conclusivo "I'm Going Home" il piatto forte della seconda facciata, un pezzo che si estende per oltre dieci minuti e che congiunge le matrici blues del sound degli Stones con la incipiente ventata psichedelica: il ritorno a casa (uno dei temi classici del blues, degli hobo che vagavano in lungo e in largo per l'America serbando il caldo ricordo del focolaio, novelli Ulisse sostenuti dal ricordo di Penelope) si protrae in una lunga jam vocale senza aver mai veramente luogo, rievocando un altro dei maestri-fratelli di Jagger, Jim Morrison, di cui egli può a buon diritto essere considerato la controparte inglese.

Nel 2002 la Abkco ha ripubblicato tutti gli album dei Rolling Stones in versione ibrida (Cd/Sacd) rendendo disponibile anche la versione di "Aftermath" che ai tempi venne pubblicata nel Regno Unito. Quest'ultima presenta una scaletta leggermente modificata, sia nell'ordine che nel numero dei brani: imperdibili almeno due delle novità rispetto alla classica e conosciuta scaletta a 11 (qui ne conta ben 14): "Mother's Little Helper" e "Out of Time". Il primo sigilla ancora una volta un'intera epoca con quello splendido recitato iniziale: "What a drag it is getting old..", descrivendo la miserrima e frustrante condizione della donna borghese, costretta a una vita umiliante priva di appagamenti e al servizio della famiglia (il femminismo e la liberazione della donna dovevano attendere ancora qualche anno) che necessita appunto di qualche "piccolo aiuto", ovvero di calmanti e droghe. Il mondo dei giovani sfugge al controllo degli adulti, e se l'uomo si rifugia nel lavoro, alla donna non resta altro che l'assuefazione da sostanze alteranti. "Out Of Time" è invece superbo r&b jazzato (compare ancora il vibrafono, steso come un tappeto insieme alla sezione ritmica) che rievoca le melliflue atmosfere fifties, impregnata com'è di un romanticismo che comunque non rinuncia a essere pungente. "You can't come back and think you are still mine/ You're out of touch, my baby/ My poor discarded baby/ I said, baby, baby, baby, you're out of time". Ancora una volta, impossibile non danzare. Peccato solo che questa edizione dell'album non comprenda "Paint It Black" (sostituita in apertura, appunto, da "Mother's Little Helper") e il suo rutilante incedere tribale.

Negli anni a venire I Rolling Stones avrebbero attraversato la psichedelia, avrebbero creato quell'altro superbo capolavoro che è "Beggars Banquet", avrebbero traghettato il rock nei Settanta immolandosi infine nell'ultimo loro grande album: "Exile On Main Street" (1972). Ma questa è un'altra storia. Questi 10 (o 14) pezzi trasudano freschezza e ancora oggi parlano alle nuove generazioni, a cui sono in grado di insegnare cosa significhi fare della musica un'arte.


La scena musicale inglese degli anni ’60 ha due volti: da una parte c’è il Merseybeat, con i suoi gruppi innocui (i Beatles per esempio), non particolarmente innovativi, caratterizzati dal tentativo di riportare sulla retta via quel rock’n’roll che era stato tanto demonizzato sul finire degli anni ’50. È un Inghilterra di ragazzine urlanti di buona famiglia, di ragazzi che di Vietnam e di povertà sanno molto poco, di case discografiche che tentano di massificare ed edulcorare i progressi della musica rock del periodo.

Dall’altra parte però vi è esattamente l’opposto: l’Inghilterra “sporca”, quella di chi è immerso dei conflitti sociali, di chi denuncia la situazione attuale, di chi è impegnato a creare una musica che rispecchi il suo stato d’animo… Ed è qui che entrano in gioco i Rolling Stones.

Seppure il loro Aftermath non raggiunga i livelli formali di opere quali Freak Out di Zappa o di Blonde on Blonde di Dylan, in quanto a contenuti gli Stones mostrano di essere perfettamente al passo con i tempi e all’altezza dei contemporanei.

La scelta del blues come sound portante dei loro pezzi è fondamentale: si vogliono rappresentare e si vuole usare il linguaggio dei nuovi neri, dei nuovi schiavi, e per farlo si ricorre proprio alla musica che cantavano i neri americani per le strade o nei campi di cotone.

Inoltre i quattro pongono le basi per quello che d’ora in poi sarà l’archetipo della rock band e del suo “modus vivendi”, insomma: sex,drug and rock’n’roll! Niente di più lontano dalle canzonette beatlesiane…

Paint It Black è un pezzo che si cala a perfezione nelle sonorità esotiche in voga nella musica psichedelica del periodo, ma invece di usare il sitar per accompagnare parole di pace e di amore, come facevano gli hippie americani, qui i temi principali sono l’assenza di colore e la rabbia, che esplicitano subito l’umore di tutto l’album. Si tratta del pezzo più particolare di Aftermath,che segna anche una certa evoluzione stilistica del gruppo, un brano immortale, destinato a rimanere ben impresso nella mente degli ascoltatori.

Stupid Girl si costruisce su un beat regolare, su un vivace organetto e su un basso tipicamente blues. La struttura è la stessa delle canzoni merseybeat, ma questa non è una canzonetta, sia per il testo che sembra proprio scagliarsi contro le tipiche fan del genere dei quattro di Liverpool, sia per un uso decisamente più consapevole e violento delle chitarre. Il tema poi è davvero immortale, tanto che oggi può apparire banale e scontato (vedi per esempio le inutili canzonette come Stupid girls di Pink…).

Lady Jane è una delicata ed equivoca ballata d’amore, ma fortunatamente mancano le rifiniture eleganti che sarebbero presenti se si trattasse di musica pop. Inoltre l’amore di cui si parla non è idealizzato, né la donna è angelicata: il cantante si sottomette ad una Lady Jane che più che una dolce compagna sembra essere una padrona.

Under My Thumb ritorna a far valere le chitarre elettriche di Richards, arricchite da un melodioso vibrafono. Il titolo avrà sicuramente fatto impallidire qualche benpensante, ma Jagger e soci non stanno scrivendo per questo tipo di audience, al contrario sono un gruppo blues-rock dei bassifondi, e le loro canzoni rispecchiano proprio il milieu in questione.

Doncha Bother Me è un blues rock in cui spicca la chitarra di Richards e in cui i cinque impongono definitivamente il loro stile. Strofa e ritornello costituiscono ancora lo schema portante dei brani, ma ecco che spunta il suono di un’armonica ad aprire uno splendido stacco strumentale; il tutto poi riparte con il solito irresistibile motivo iniziale.

Think è un altro pezzo innovativo, non per il fatto che stravolga la forma canzone, ma perché ne modifica la funzione, l’interpretazione ed il messaggio. Inoltre viene dato maggior peso alla parte strumentale, soprattutto a quella chitarristica, al contrario di come continuavano a fare gruppi come i Beach Boys, impegnati nella cura delle parti vocali e corali.

La bellissima Flight 505 vede un pianoforte dixieland e poi veloci ed energici accordi di chitarra, dare vita ad un trascinante pezzo rock’n’roll intriso di blues da bettola, sporco e rude, caratterizzato dalla voce nasale di Jagger.

High And Dry è un pezzo di blues delle origini: ruvido, schietto, esplicito ed evocatore della vera essenza del genere, quella che nei quartieri bene si cercava di dimenticare. L’armonica suona più ispirata che mai, riportandoci alle radici della musica, le radici più autentiche e genuine.

Ma dalle radici deve nascere qualcosa, ed ecco che It’s Not Easy ripropone quel sound veloce e corrosivo tipico delle tracce precedenti. Un ottima sessione ritmica ed una chitarra precisa rendono unico ed originale il ritornello, destinato a sfociare verso assoli tecnici e irresistibili. La voce graffiante di Jagger è poi indimenticabile e destinata a lasciare segni molto profondi nel rock a venire.

I Am Waiting è dominata da un tutt’altro che banale senso della melodia, nuovamente riconducibile alle sonorità psichedeliche tipicamente anni ’60, capace di contrastare, ma senza stonare, con gli altri brani dell’album. Insomma, si tratta di tenerezza, ma sempre proveniente dai nostri “rudi, brutti e cattivi” Stones. Come al solito il pezzo si conclude in fade out per lasciare spazio alla bellissima Going Home, l’ultima traccia.

Si tratta di un blues “ciondolante” portatore di un messaggio romantico, ma si parla qui di un romanticismo sempre strettamente collegato alla dimensione carnale, mai idealizzato. Il pezzo va avanti con la solita struttura, ma questa volta non finirà con lo spegnersi in tre minuti: stiamo infatti ascoltando una lunga jam di undici minuti, in cui Jagger trova sfogo e si lancia in una serie di vocalizzi liberi.

Se ne vanno quindi stupendoci i Rolling Stones, impressionando un’intera generazione che porterà nel cuore il loro mito e le loro canzoni e una serie di gruppi la cui musica risulterà profondamente influenzata da queste pietre (miliari) rotolanti.



"Aftermath" e' un bel disco. Un gran bel disco dei Rolling Stones. Siamo nel 1966, teniamolo a mente. E nel mondo discografico sono appena apparsi il capolavoro di Dylan, quello dei Beach Boys e quello dei Beatles. Molti gruppi di qua e di la' dell' Atlantico sperimentano in quell' anno i primissimi suoni "magici" del Rock : ma sono ancora acerbita'. "Aftermath" e' un disco che rappresenta i Rolling Stones al meglio del loro blues rock. Soprattutto per quella "Going Home" che fa da autentico spartiacque tra blues e rock : ora blues, ora blues-rock ora rock. Una canzone di undici minuti molto lunga per il 1966, tra le primissime songs lunghe di tutta la Storia del Rock. "Aftermath" e' il primo album degli Stones che viene firmato per intero dalla coppia Jagger/Richard. Ed e' anche il primo LP che non e' ripieno di covers blues e r&b rifatti alla Stones.

"Mother's Little Helper" e' un bel brano dinamico con "chitarrina carina" su un tessuto ritmico che fa la parte dura del pezzo.
"Stupid Girl" presenta suono r&b degli anni '50 invaso dalla base funky di Bill Wyman (basso) e Charlie Watts (batteria).
"Lady Jane" e' una bellissima canzone acustica tutta pervasa da melodie medioevali, soavi e distese, con Jones al dulcimer.
"Under My Thumb" presenta una base simil jazz-funk con un vibrafono che ricama; il canto di Jagger tratteggia blues e soul; la chitarra suona spezzata.
"Doncha Bother Me" riporta gli Stones alle loro radici blues.
"Going Home" ha matrici blues ma decolla sperimentando gli strumenti in liberta' con ventate quasi acide ed una lunga jam vocale di Jagger che giganteggia anche all' armonica.
"Flight 505" appare come un semplice jazz rivestito di matrici beat.
"High And Dry" e' bel un blues elettro-acustico con tanto di armonica.
"Out Of Time" e' un brano che supera i cinque minuti apparentato con le canzoni romantiche degli anni '50; risulta complessivamente un ottimo r&b jazzato con la ricomparsa del vibrafono, steso come un tappeto insieme alla sezione ritmica.
"It's Not Easy" e' un beat che tende al rock. Il basso e' bello e potente e Charlie pesta duro con piede sulla cassa e mani sui tamburi.
"I Am Waiting" e' un brano leggero intriso di una morbida acidita' acustica con il dulcimer di Brian che ricompare.
"Take It Or Leave It" e' un brano ripieno di suoni sixty (uguale a tante altre belle canzoni dello stesso periodo) con Jagger in primissimo piano.
"Think" e' un tosto blues-rock con la batteria solida di Watts, la chitarra che prova ad incidere nel solco rock di Keith Richard, il cantato negroide di Mick Jagger, il basso potente di Wyman.
"What To Do" e' una bella canzoncina elettro-acustica con coretti anni '50.

"Aftermath" e' l' album dei Rolling Stones pubblicato in Inghilterra il 15 aprile 1966 e negli Stati Uniti il 2 luglio 1966. Quattordici brani in UK, undici in USA. Bello, bellissimo ... Come lo sono del resto tutti quelli incisi dai Rolling Stones fino al 1972 : freschi, genuini, spigolosi. Ma "Aftermath" e' ancora un ibrido : con canzoncine corte belle, canzoni in sintonia piu' con il pop che con il rock, una-due avanguardistiche ed altre nelle quali la chitarra elettrica di Keith non incide profondamente nella trama rock come invece gia' fa l' accoppiata ritmica di Charlie e Bill.
In questo album sono diverse le sperimentazioni musicali del gruppo compiute da Brian Jones, che ispirato da George Harrison in "Rubber Soul", utilizza il sitar in "Mother's Little Helper" ed il dulcimer in "Lady Jane" e "I Am Waiting". Keith Richard si concentra sul lavoro delle chitarre non riuscendo a dargli quello spessore Rock al quale Clapton stava gia' lavorando. Jagger e' superbo. Charlie e Bill sono nel 1966 gia' dentro il Rock.

<div style="text-align:center"><a style="text-decoration:none" href="http://www.kickitback.com/ebay-counters-buyers.aspx?how=deadcounter"><img src="http://www.sellathon.com/Resources/Images/countercredit.gif" border="0"></a></div>


price rating